THE ACADEMIC: “DEVI ESSERE RESILIENTE, E CREDERE SEMPRE IN QUELLO CHE STAI FACENDO”

The Academic

Dopo aver aperto i concerti di artisti del calibro di Noel Gallagher, Pixies, The Strokes, The Kooks e Twenty One Pilots i The Academic hanno intrapreso un tour da headliner, e solo qualche giorno fa sono passati dal Circolo Magnolia di Milano. Li abbiamo intervistati per voi!

Ci raccontate quando è iniziata la vostra avventura come band?

Arriviamo dalla periferia di una piccola città irlandese chiamata Mullingar. Siamo andati tutti insieme nella stessa scuola, quindi ci conosciamo da quando eravamo bambini. Matthew e Stephen sono fratelli quindi ovviamente si conoscono da più tempo. Siamo diventati veramente amici per un comune e condiviso amore per molte band dei primi anni Duemila, e per questa ragione abbiamo deciso di fondare una band. Abbiamo tutti trovato diversi stili di musica che ci piacciono perché siamo diventati un po’ più grandi, ma in quei primi giorni da teenager siamo rimasti folgorati dalla musica di gruppi come The Strokes, The Killers e da quello che stavano facendo gli Arctic Monkeys. Is This It è stato sicuramente un disco che ha avuto una grande influenza su di noi.

A gennaio è uscito il vostro album di debutto, Tales From the Backseat: che tipo di lavoro avete fatto, parlando del processo di scrittura-registrazione e non solo?

Tales From The Backseat è un vero disco di formazione che abbiamo scritto negli ultimi due anni. È un disco che è stato scritto sulla nostra vita, sulla crescita fino all’età adulta. Abbiamo registrato l’album tra Los Angeles e Londra per un periodo di un paio di mesi all’inizio di quest’anno. È stata la prima volta che abbiamo trascorso un periodo di tempo adeguato in studio, dato che siamo stati così impegnati in tour negli ultimi due anni. L’esperienza per tutti noi è stata illuminante.

Cosa ne pensate dello stato attuale della guitar music

Si fanno un sacco di chiacchiere sulla guitar music, ma se guardi la quantità di biglietti venduti per i concerti c’è ancora fame per questo tipo di musica. Potrebbe non essere così mainstream come è stata in passato, ma ci sono ancora un sacco di gruppi in giro e molti di loro stanno facendo davvero bene. Ci sono ancora bambini che prendono in mano le chitarre, suonano la batteria e finché continueranno ad accadere queste cose ci saranno sempre delle band. Siamo ottimisti sul fatto che sia solo una questione di tempo prima che si chiuda nuovamente il cerchio.

Oggi come oggi secondo voi è più difficile o più facile emergere dalla scena underground?

E’ sicuramente un po’ più difficile, non abbiamo fatto nient’altro che lavorare sodo. Non avevamo il lusso di un’ etichetta importante che ci sosteneva, abbiamo costruito la nostra reputazione e la nostra fanbase in gran parte in modo indipendente. Siamo sempre andati in giro a suonare, iniziando nel più piccolo dei luoghi e aumentando di volta in volta, ora suoniamo in show da headliner con anche 5000 persone davanti. Non è successo tutto dal giorno alla notte, devi essere resilliente e credere sempre in quello che stai facendo. C’è qualcosa di romantico nel farlo alla vecchia maniera e costruire così il tuo pubblico.

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