“YOU AND I” E LA SINDROME DI KURT COBAIN

NEW YORK - MAY 1994: Singer songwriter Jeff Buckley poses for a portrait in May, 1994 in New York City, New York. (Photo by David Gahr/Getty Images)

Era inevitabile che succedesse: venerdì scorso è uscito “You and I”, disco ‘ritrovato’ di Jeff Buckley, uno dei più compianti cantautori americani, scomparso nel 1997. Lui come Kurt Cobain: icone di una generazione, talenti straordinari…insomma, conviviamo da anni con la sensazione che entrambi artisticamente avrebbero potuto dare ancora molto. In comune Kurt e Jeff tra l’altro hanno due cose:

Andy Wallace, che ha lavorato sia su “Nevermind” (1991) che su “Grace” (1994)

– una produzione postuma più vasta di quella pubblicata in vita. Buckley di fatto ha pubblicato solo il suo disco più famoso, dato che l’altro lavoro, “Sketches for My Sweetheart the Drunk”, è postumo.

Per cui periodicamente, per rimpinguare una nostalgia mai appagata, sembra necessario saccheggiare gli archivi delle registrazioni, alla ricerca di chissà che capolavoro nascosto.

Ma, come sempre accade, e vi assicuro che non ero assolutamente partita prevenuta prima di ascoltare “You and I”, non c’è nulla di nuovo sotto al sole.

Nell’album ci sono otto cover, tra il – prevedibile – Bob Dylan (dato che Buckley era folk figuriamoci se non compariva il menestrello del Minnesota), Sly & the Family Stone, gli Smiths e i Led Zeppelin. E due inediti. O meglio, uno dei due ‘inediti’ inedito di fatto non è, è una spigolosissima prima versione di “Grace”, da cui si evince facilmente il grandissimo lavoro di cesello che è stato fatto in sede di produzione. C’è poi “Dream of You and I”, che è sulla sua falsariga.

Il disco ovviamente, e comprensibilmente vista la grande fame di Buckley, è stato già osannato. Ma, di fatto, non è nulla di che.

Mi chiedo troppo spesso se abbiamo davvero ancora bisogno di queste operazioni.

Vi porto la mia personalissima esperienza: lo penso ogni volta che viene pubblicato qualcosa dei Nirvana – e negli anni è stato davvero prodotto il producibile -. Che inevitabilmente si riduce nella ‘prima versione’, o ‘la versione demo’, o la ‘versione live’ (o la versione ‘ho dimenticato acceso il registratore’ –> leggi “Montage of Heck”). Perchè diciamolo, se ci fosse davvero qualcosa di nuovo, o meglio, di interessante, sarebbe già stato pubblicato.

Non che le cover di “You and I” non siano apprezzabili, anzi. Però dovremmo semplicemente ridimensionare il fenomeno: è un disco medio, che non aggiunge nulla a quanto già sappiamo. Posso capire perfettamente quella sensazione di smarrimento di fronte alla consapevolezza di quanto questo grande potenziale inspresso ci abbia lasciati troppo presto, e magari anche il rammarico di non aver vissuto quegli anni, ma bisogna venirne a patti.

Diciamolo, a me non piacerebbe che pubblicassero le mie prove o le mie sperimentazioni, magari registrate per passare il tempo, solo perchè sono le uniche cose che ho lasciato (pure se rimasterizzate, mixate e avvolte in una bella confezione). Il prodotto artistico è qualcosa di estremamente personale e in alcuni casi dovrebbe restare privato – se non è stato divulgato quando lo si poteva fare -. Me ne rendo conto, in un magico mondo utopistico.

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