STREGONI, MUSICA PER ABBATTERE I CONFINI (E CAPIRE MEGLIO LA REALTA’)

stregoni

Quanto conosciamo delle storie e della musica che arrivano nelle nostre città attraverso i migranti?

Arriva anche a Milano il progetto musicale che nasce dalle canzoni custodite dagli smartphone dei migranti, e che prova a far comprendere attraverso il linguaggio sonoro quello che sta accadendo dentro e fuori dai confini europei: parliamo di Stregoni. Ce lo siamo fatti raccontare da Johnny Mox ABOVEtheTREE (Marco Bernacchia), che realizzano dei loop in tempo reale partendo dalle musiche ascoltate dai rifugiati e richiedenti asilo, che costituiscono un punto di partenza, un frammento da cui creare nuove composizioni originali.

Come nasce questo progetto?

J: Stregoni è nato da una spinta molto semplice: capire che cosa succede nelle nostre città, chi sono i ragazzi che arrivano in Italia e cosa fanno a pochi metri da casa nostra. Ci interessava entrare in contatto con queste persone e lo abbiamo fatto attraverso l’unico linguaggio che davvero conosciamo bene: quello della musica. Stregoni si occupa di creare uno spazio aperto di confronto: è come apparecchiare la tavola. Da subito abbiamo ritenuto che una band tradizionale non bastasse per rappresentare i nostri intenti e cosi abbiamo cominciato proprio abbattendo i confini della band. Non ci sono membri fissi: in ogni città in cui siamo stati abbiamo suonato con persone diverse, circa 2300 in un anno e mezzo tra Italia e Europa.

AtT: Il progetto è nato nel 2016, io e Gianluca avevamo da tempo voglia di fare un progetto insieme, poi un po’ per caso ci è capitato di suonare in un centro di accoglienza a Trento. E direttamente da lì dentro abbiamo capito quanto lavoro e quante potenzialità di persone inespresse vi sono racchiuse. Poi passaggio dopo passaggio il progetto è cresciuto e si è delineato per quello che è ora.

Cosa vi ha raccontato chi ha partecipato a Stregoni?

J: Le storie sono centinaia: abbiamo suonato con un ragazzo iracheno di Mosul, perseguitato dall’ISIS che ha imparato a suonare la chitarra su youtube, oppure per strada a Parigi, con 1500 persone accampate alla stazione di Stalingrad, abbiamo incontrato uomini e donne con una forza e una voglia di vivere fuori dall’ordinario. Di recente due ragazzi si sono reincontrati sul palco di Stregoni dopo quasi due anni. Erano stati prigionieri assieme in Libia. Sono certamente storie forti, che colpiscono, ma l’obiettivo di Stregoni è occuparsi di cosa succede ora in Italia, in Europa.

AtT: La cosa che colpisce di più è sicuramente razionalizzare che sono davvero tutti diversi con storie diverse e diversi modi di vivere, chiaramente di per sé scoprire questo potrebbe essere una banalità. Ma con i media che ce li presentano quotidianamente come numeri è molto faticoso riuscire a pensare in maniera molto semplice e basica e comprendere che dietro ognuno di loro non c’è solo quello di cui hanno bisogno ma anche e soprattutto degli individui con storie diverse. Personalità che per riuscire ad integrarsi hanno bisogno di esprimersi per quello che sono. spesso sono ragazzi molto giovani e vivaci, e anche allegri, alle prese con burocrazie che un giovane europeo difficilmente affronta alla loro età…a volte hanno molto più da insegnare che da apprendere.

Questo concerto è, avete spiegato, un modo per prendere posizione…perché è importante farlo?

J: I migranti non c’entrano: stiamo parlando di noi, di quello che stiamo diventando. Dopo quello che è successo quest’estate, la campagna criminale contro le Ong, i patti con la Libia, è come se fosse caduto anche l’ultimo velo. La violenza che per molti anni abbiamo tenuto a debita distanza, nei racconti dei palloni cuciti a mano dai bambini di Taiwan, la violenza strutturale del nostro sistema oggi esce allo scoperto in maniera brutale. Fino a che continueremo a pensare che l’accoglienza sia qualcosa che ha a che fare con la morale, coi buoni sentimenti con gli aiuti organizzati dal basso, continueremo a fornire assist a chi specula sulla pelle dei migranti. La battaglia per un’accoglienza ferma ma degna, è una battaglia che deve riguardare tutti. Se molliamo su questo, se chiudiamo le porte e tappiamo anche l’ultimo buco sarà l’intera diga a non reggere travolgendo ogni cosa.

AtT: Fare delle cose insieme sullo stesso palco, provare a trovare un dialogo tramite la musica è un modo per metterci tutti seduti sullo stesso tavolo a parlare per cercare un dialogo tra persone che a volte ancora non parlano la stessa lingua. Questo è di per sé un metodo che costringe a prendere una posizione, una posizione paritaria che mette in primo piano il livello umano.

L’oggetto cardine di questo progetto è lo smartphone, che spesso è utilizzato come leitmotive (razzista) contro i migranti. Stregoni vuole, o può, essere una sorta di risposta per provare a far conoscere un aspetto diverso della realtà migratoria?

J: Lo smartphone è l’oggetto narrativo principale delle migrazioni di questi anni. Arrivare in Europa senza è impossibile: sui cellulari c’è il gps, ci sono app che ti informano in tempo reale su quello che accade ai confini, in Africa è possibile trasferire somme di denaro attraverso le ricariche telefoniche. Sui telefoni ci sono centinaia di video e fotografie che raccontano il viaggio che queste persone hanno dovuto affrontare e ovviamente c’è anche tantissima musica. Ogni volta noi partiamo da questo: chiediamo ai ragazzi di far partire un pezzo dal proprio telefono, inseriamo il jack nella loopstation, ne ricaviamo un loop, un frammento che costituisce la base di partenza della nostra interazione. Sopra a quel frammento cominciamo a costruire qualcosa di nuovo, alla ricerca di un suono che possa essere condiviso da tutte le persone che si trovano nella stanza.

AtT: Questi ragazzi nonostante tutto, nonostante le condizioni di semi libertà vigilata in cui sono costretti a vivere in alcuni casi, sanno essere felici, godersi le cose che hanno in più e a volte anche solo il semplice fatto di aver lasciato situazioni difficili. Chiaramente anche questa cosa di vederli felici è vista male da chi li vorrebbe deportati tristi. Anche per il cellulare si ha la stessa critica morale che però non tiene conto che tutti i ragazzi europei della loro età hanno cellulari dello stesso livello o superiori, e che quando sei nomade avere uno spazio ‘virtuale’ in cui archiviare ricordi è importantissimo senza parlare poi di mappe, ricariche telefoniche utilizzate come metodo di pagamento e mille altre funzioni. Si, hanno un telefono, ma spesso non hanno un computer, una scrivania, un armadio, una casa e tutto quello che hanno è li dentro…musica compresa. Poi sfugge anche che alcuni dei ragazzi che arrivano non vengono per fame ma per discriminazioni religiose o politiche e non è detto che essere discriminati politicamente significhi anche essere morti di fame.

Se qualcuno volesse contribuire al progetto per sostenerlo e fare in modo che prosegua come può fare?

J: Nei prossimi mesi uscirà un documentario finanziato quasi esclusivamente dalla vendita di T-shirt. Ne abbiamo appena ristampate di nuove: le trovate ai concerti o su www.facebook.com/stregoniband.

AtT: Il ricavato sarà impiegato per sviluppare i nostri progetti, tra i quali il Network Stregoni che è coordinato da noi e che vedrà la collaborazione di musicisti su tutto il territorio europeo insieme ai ragazzi ora richiedenti asilo e che in futuro potranno diventare nostri ‘ambasciatori’. Volendo per chi sposasse il progetto e volesse contribuire in qualche maniera c’è anche la possibilità di realizzare serate raccolta fondi invitandoci ad esibirci insieme ai ragazzi oppure realizzando dei nostri laboratori nella propria città.

Il prossimo appuntamento con Stregoni sarà domenica 22 ottobre 2017 alle 18 a Santeria Social Club (viale Toscana 31), ingresso libero ma sarà possibile effettuare una donazione per il sostegno del progetto.

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