IL NUOVO MEI 2016 SECONDO GIORDANO SANGIORGI, L’INTERVISTA

Giordano Sangiorgi

Dal 23 al 25 settembre a Faenza si svolgerà l’edizione 2016 del più grande appuntamento dedicato alle etichette indipendenti e da quest’anno anche festival del giornalismo musicale, il Nuovo Mei. Ne abbiamo parlato con il patron dell’evento, Giordano Sangiorgi.

Chi segue la musica indipendente, ma anche chi si occupa di musica, conosce già il Mei. Tu cosa diresti ad una persona che non conosce questo appuntamento per invitarlo a partecipare?

Il Mei è un appuntamento da non mancare per tutti coloro che sono interessati al futuro della musica nel nostro Paese, è l’occasione – direi anche unica – per ascoltare tutte le nuove tendenze. Oggi è la vetrina dei vincitori di alcuni contest che sono stati fatti in tutta Italia, insieme a tutti gli artisti prodotti dalle piccole etichette e autoproduzioni emergenti che scoprono nuovi talenti. Come ad esempio il caso di Calcutta, che l’anno scorso ancora sconosciuto aprì il Mei a Roma.

Quest’anno si terrà anche un appuntamento molto importante per i giornalisti musicali, soprattutto ora, gli Stati Generali del Giornalismo Musicale. Com’è nata questa idea?

Ho assistito ad un dibattito, soprattutto online e su Facebook, su questo tema, tra giornalisti e non – diciamo così – che si interrogano sul futuro. Questo forum sul giornalismo musicale risponderà a due domande: qual è il futuro della musica nel nostro Paese, e qual è il futuro dell’informazione musicale dato che sta prevalendo l’informazione diretta dell’uscita, senza approccio critico. Su questi due temi ci saranno interventi, tavoli di lavoro per arrivare a delle conclusioni che saranno dei punti di partenza per capire come si evolverà il futuro. Mi capita di parlare con giovani artisti, ma anche affermati, con un pubblico giovane, che hanno avuto più riscontri attraverso Instagram che attraverso le recensioni.

Quindi oggi è più facile arrivare tramite i social?

Sicuramente è un modo per arrivare ai nativi digitali, per arrivare a me (ride ndr.) va bene ancora la carta. E’ una fase di transizione, con diversi pubblici e diverse età, ci sono produzioni musicali come gli Afterhours che hanno dal 15enne al 60enne, bisogna quindi declinare la comunicazione in diversi modi.

Mi hai citato gli Afterhours: quando Manuel Agnelli è stato confermato come giudice di X Factor alcuni hanno commentato “Ma chi è questo Manuel Agnelli?” che io trovo un’eresia. Ok, le nuove generazioni e tutto il resto, ma bisognerebbe anche farsi una cultura sulla musica che c’è stata.

Rispetto a questo io sono assolutamente favorevole: ogni spazio che un indipendente prende per far conoscere la propria musica e fare da apripista per altri. E’ utile se vai lì e non ti snaturi, se vai lì con la tua identità piena e la rappresenti, e la racconti. I talent hanno distrutta la parte innovativa della musica, hanno puntato solo sul canto, la voce, l’interpretazione, la storia strappalacrime, discriminando le band, una cosa gravissima. Manuel Agnelli potrà colmare questa lacuna e portare un nuovo modello di suono, se riuscirà ad avere lo spazio che merita.

Alla fine la strada vecchia – quella dei concerti e delle etichette indipendenti – è sempre la migliore, per quelli che ci credono veramente.

La cosa di cui mi sono accorto è che conta di più una campagna su Instagram però alla fine gli artisti emergenti che vengono fuori sono quelli che comunque hanno una piccola etichetta che li segue. Anche qui vale un mix tra vecchio e nuovo.

Quest’estate si è parlato molto degli artisti provenienti da Youtube, anche in modo abbastanza polemico. Tu cosa ne pensi a proposito?

E’ li che si va a fare scouting, anche se lo scouting si dovrebbe continuare a fare nei contest e nei festival per vedere il rapporto con il live (ma questo le major, i grandi, non lo fanno più). Basta che non sia un processo studiato a tavolino.

Ma alla fine, dopo tutti questi anni di Mei, sicuramente puoi fare un bilancio: come vanno le etichette indipendenti?

Fare musica indipendente in Italia è sempre stato un grande problema perchè non c’è una cultura indipendente nel nostro Paese e non c’è una cultura della musica come parte integrante del nostro Paese. Partendo da questo è ovvio che oggi che sono diminuite le risorse, non si vendono più i cd: vent’anni fa c’erano giovani band indipendenti che facevano un demo o un cd con una piccola etichetta e riuscivano in un anno a vendere 10/15mila copie a 10€, facendo 50/100 concerti riuscivano a viverci. Oggi questo mercato non c’è più, con la crisi economica, l’evoluzione tecnologica, il cambiamento dei gusti e quello culturale. C’è un’economia che quasi non c’è più, è stata sostituita dai diritti e dall’online (che permettono di recuperare un 10% di quel fatturato di vent’anni fa) e rimane il live, ma anche questo si è drasticamente ridimensionato. Oggi conviene aprire un’etichetta, un’edizione, ma avere il pieno possesso dei propri materiali perchè solo avendo il 100% di tutto si possono avere più risorse e vivere di musica. Manca una legge per la musica nel nostro Paese che sostenga questo tipo di soggetti, mancano delle quote in radio che tutelino gli esordienti per farsi conoscere, manca una legge antitrust che limiti il potere delle multinazionali internet che fanno il bello e cattivo tempo e che ti danno delle cifre irrisorie per le visualizzazioni: è molto difficile far quadrare i conti, ma il consiglio ad un artista è comunque di aprire una realtà produttiva di impresa. E’ quello il modo per poter ottenere il controllo totale sulla propria produzione e maggiori introiti da ogni segmento che ti permette di averne.

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