IN NOME DEGLI UNDERDOGS (INTERVISTA AGLI ANDEAD)

Non ho mai amato fino in fondo le interviste promozionali che vengono organizzate quando escono i dischi: ti metti in coda, 20 minuti, fai le tue 4 domande e sotto, via, un altro. Per questo sono sempre preziose le occasioni in cui si riesce a scardinare questa dinamica, quando riesci a concedere a te e al tuo interlocutore qualche momento in più, con calma e senza fretta. Non necessariamente per parlare solo del disco, ma anche per fare qualche riflessione più ampia: è quello che ho avuto modo di fare con gli Andead, in occasione dell’uscita del loro nuovo album IV The Underdogs. Caso ha voluto che incontrassi Andrea Rock in un paio di occasioni, in maniera completamente casuale e in ambiti totalmente lontani dalla musica e dalle chiacchierate che abbiamo fatto, parlando del disco ma anche di punk, di attitudine e di underdogs, è scaturita questa intervista.

Da Build Not Burn a IV The Underdogs: il punk ci insegna a costruire, a impegnarci in quello che facciamo credendoci sempre fino in fondo e dare il massimo anche se tutto sembra remarci contro, ma anche a non rimanere indifferenti al mondo che ci circonda e a parlarne (e criticare se è il caso). In questo caso voi stavolta accendete i riflettori sulla Siria.

Il brano a cui ti riferisci è il primo estratto dal nuovo disco, I See These Bombs. Il brano racconta la quotidianità della tragedia: ogni giorno, aprendo un social network, ‘vediamo’ quello che succede in determinati paesi (anche nel nostro) e, putroppo, non così spesso ci soffermiamo sulla notizia, ci interessiamo, approfondiamo l’argomento. Ad ottobre mi sono imbattuto in alcuni reportage di un’agenzia di stampa internazionale che riportava le immagini di Aleppo. La paura più grande che ho nei confronti dell’utente medio è che cominci a percepire tutto questo come ‘normale’; c’è il rischio che in molti entrino in contatto con determinate realtà e dopo una breve riflessione (il classico ‘poverini’), scrollino il pollice e passiono al prossimo contenuto. Come persona sensibile alla causa dei diritti umani ho scelto di informare i nostri/miei follower sull’argomento, obbligandoli a seguire per almeno i tre minuti del brano, le vicende di una popolazione in territori di guerra.

Chi sono gli underdogs di cui vi fate portavoce?

Gli underdogs ai quali mi riferisco nei testi sono diversi e provengono da diversi contesti. Gli underdogs sono tutti coloro che partono sfavoriti: nascere in territori di conflitto significa partire sfavoriti nei confronti della vita (I See These Bombs), avere una dipendenza significa autosabotarsi (Sober, Too Young To Die). Ma è underdog anche colui che ha creduto in determinati valori, rimanendone poi deluso (Revolution Fail), anche lo stesso ragazzino che a 13 anni è l’unico punk rocker che a scuola affronta la sua adolescenza in salita. Ci sono quindi tanti racconti di diversa intensità in questo disco, accomunati dalla voglia di rivincita sociale.

E’ necessario oggi più che mai dare voce agli underdogs, che paradossalmente oggi hanno ancora meno possibilità di farsi sentire (per complesse dinamiche socio-economiche). C’è però anche molta rassegnazione a mio avviso, è difficile vedere un movimento coeso su tutta una serie di fronti, dal lavoro alla musica alle migrazioni.

Oggi è quasi impossibile arrivare a conoscere la verità, i fatti realmente accaduti. Lo si vede in ambito giornalistico (il fenomeno della fake news) e lo si nota all’interno dei social network attraverso il cyberbullisimo. Queste realtà rendono molto complessa una possibile coesione tra le nuove generazioni. Esprimendo un’idea, basata magari su alcune notizie o servizi creati ad hoc su web, ci si espone al linciaggio da social network. E’ per questo motivo che molti ragazzi preferiscono non prendere posizioni, tendono all’indifferenza. I nostri maestri spirituali, i nostri riferimenti artistici non ci hanno insegnato questo…non deludiamoli.

A proposito invece dei nostri amati hater, secondo te l’ ‘odio’ c’è sempre stato ed è solo con i social/web che ha più risonanza, oppure c’è un inasprimento in generale delle persone? Perché si continua a ‘odiare’ (mi ricollego al tema generale del disco precedente che invitava a costruire e a non distruggere), e perché? Dalla questione hater sconfinare nel cyberbullismo poi è un attimo, se ne parla molto ultimamente.

Possiamo riassumere il fenomeno dell’hating e del cyberbullismo come un qualcosa di sicuramente legato a queste nuove generazioni destinato però ad assumere sempre meno rilevanza. Ormai anche i ragazzi più giovani hanno capito che ci sarà sempre chi critica a priori e chi si fa grosso su web per nascondere le sue insicurezze quotidiane. Una volta compreso questo passaggio, con gli hater io ci gioco in diretta nazionale…ahahah.

Tornando al disco mi sembra che il tuo modo, sia di scrivere che di cantare, sia cambiato parecchio negli anni. Come è giusto che sia nella crescita artistica, ma che tipo di lavoro hai fatto?

In questo disco volevo lasciare andare tutto messo, sia a livello compositivo che vocale. Volevo che fosse un disco diretto, graffiante, senza compromessi. Alcune ballad che abbiamo inserito negli album precedenti, non sono state comprese fino in fondo: il senso di scrivere un brano ‘lento’ per me significava sottolineare ancora di più il testo (With Passionate Heart, Build Not Burn, Open Fire), ma quando non avevo modo di presentare la canzone con qualche parola prima della performance, vedevo che non riuscivo a far arrivare il concetto. In questo album canto con più forza e sottolineo con maggiore intensità quello che voglio far pervenire a chi ci ascolta.

Tra l’altro: sei sempre coinvolto in moltissimi progetti musicali che danno sfogo a tutte le tue passioni (dal punk rock all’Irlanda, fino ai Social Distortion). Raccontando così tanti lati di te, non temi di essere troppo esposto, e quindi anche attaccabile?

Racconto molto di me, sia attraverso il mio lavoro, sia attraverso la mia musica. I due anni trascorsi come solista, mi hanno visto in giro per tutto il Paese a raccontare brano dopo brano quello che sono, il mio pensiero, la mia vita. E cerco di essere più trasparente possibile anche quando parlo attraverso il microfono della radio. Proprio a causa di questa totale e sincera esposizione vengo quotidianamente attaccato e la mia figura viene messa costantemente in discussione. Ma vado avanti lo stesso, ogni giorno. Con gli Andead è la stessa cosa: ogni volta che saliamo sul palco c’è qualcuno che è lì sotto solo per criticarci, a priori. La nostra unica risposta è la musica, le canzoni…one more song, one more show. E poi, credo ricorderai la frase di una band che è un vero e proprio esempio per tutti noi: at least I’m fuckin’ trying.

Qual è in generale la lezione del punk che hai/avete più assimilato, non solo nella musica ma anche nella vita, guardandoti indietro (una specie di bilancio ‘alla nostra età’, non perché siamo vecchi – perché non lo siamo – ma perché siamo più maturi e consapevoli).

Io dal punk ho imparato ad essere me stesso e far valere il mio punto di vista. Dal genere hardcore ho imparato valori quali il rispetto e la coerenza. Dai songwriters folk ho imparato l’impegno sociale. Tutte queste esperienze musicali mi hanno insegnato ad essere un comunicatore più efficace nel quotidiano.

Il domandone. Tu che ci sei dentro: com’è la salute della scena? A me è piaciuto molto quello che ad esempio i ragazzi del Bay Fest hanno fatto, in una zona di provincia in pochi anni. (Bay Fest dove tra l’altro suonerete anche voi)

La scena è confusa, disorganizzata, cyberbullistica…ma c’è! E questa è già una grande vittoria. Il fatto che, se per frammentate, esistino così tante realtà è un segnale positivissimo nel 2017. Il Bay Fest è un bellissimo esempio, la scena Venezia Hardcore è un fiore all’occhiello del nostro paese, ma anche le piccole realtà locali sono lodevoli. Impegnamoci ogni giorno a costruire e non bruciare (autocit).

Facciamo un attimo il punto sulle cause che portate avanti e su cui vorresti si accendessero i riflettori.

Uso questo spazio che mi concedi per ricordare ai tuoi lettori che gli Andead sono fuori con il quarto disco della loro storia di dieci anni di punk rock rivoluzionario in quanto positive oriented. Come membro di questo e di tanti altri progetti supporto una serie di cause sociali alle quali sono personalmente legato. Vi chiedo di avvicinarvi al mondo del PGA (Punk Goes Acoustic), realtà attraverso la quale aiutiamo una onlus di Como che si occupa di ragazzi diversamente abili; vi invito ad informarvi sulla cause portate avanti da Amnesty International, come attivista e come uomo. Vi chiedo in generale di essere ben disposti verso il prossimo, verso chi si trova in difficoltà…che si tratti del vostro compagno di classe, del vostro vicino di casa o di colui che arriva da un altro paese. Non serve aderire a nessun partito politico ne essere seguage di qualsivoglia credo religioso per poter migliore quotidianamente il mondo in cui viviamo. Anche se viviamo in un quartiere malfamato (Hell’s Kitchen), affrontando la vita con cuore appassionato (With Passionate Heart), riusciremo a costruire e non bruciare (Build Not Burn).

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